TRUMP: DUE PIANI DISCUTIBILI PER AFFRONTARE IL CORONAVIRUS




Un articolo della rivista americana The Atlantic (una delle più autorevoli, fondata nel 1857 dal noto scrittore e filiosofo Ralph Waldo Emerson), dal titolo "Trump's Two Horrifying Plans for Dealing With the Coronavirus", pone l'accento sulle due strategie che sembrerebbe aver in mente Trump per i prossimi mesi. Lo riproduco come ulteriore punto di vista sulla politica del  presidente degli Stati Uniti.

PIANO 1: Riaperture

Il primo piano consisterebbe nel riaprire alcuni settori dell'economia nelle prossime settimane. Per novembre 2020, al momento delle elezioni presidenziali, sarà quasi impossibile essere ritornati ai precedenti livelli di piena occupazione, ma Trump confida che a quell’epoca la traiettoria dell'economia per il futuro possa essere molto migliore del suo livello assoluto.

Il precedente di Reagan

In questo sembra confortato dal precedente di Reagan del 1984. Durante la campagna elettorale per la sua rielezione il tasso di disoccupazione era salito al 7,2%, quindi molto alto per gli standard statunitensi. Però nei mesi precedenti il voto l'economia aveva recuperato posti di lavoro a un buon ritmo (1,3 milioni dall'anno precedente); Reagan parlò di “alba per l'America” e vinse per il convincimento degli americani
che sarebbero sicuramente arrivati tempi migliori. Trump spera che riaprendo adesso faccia ancora in tempo per novembre a fornire questa percezione.

Può Trump far ripartire l'economia?

I critici ritengono che Trump non abbia il potere di far ripartire l'economia: le misure di contenimento del virus vengono imposte da governatori e sindaci, non dal governo federale; gli aerei restano a terra per mancanza di passeggeri, non per ordine del presidente del presidente. Se Trump in realtà non ha mai fermato l'economia,
come può pensare di riavviarla?
Però, anche se il presidente non ha il potere giuridico per ordinare alle persone di ritornare sul posto di lavoro, ha il grande potere di gestire le risorse economiche che permettono alla gran parte degli americani di starne lontani.
Il sussidio di 1.200 dollari non durerà a lungo, l'integrazione di 600 dollari al sussidio di disoccupazione terminerà il 31 luglio, la indulgenza riguardo le rate di mutuo contenuta nella legge del 27 marzo è facoltativa, limitata e temporanea. E lo è ancora di più quella sugli affitti. Nella prima settimana di aprile il 31% degli affittuari Usa non ha pagato il canone di locazione.
Questo significa che in assenza di un prolungamento e di una espansione degli aiuti federali, che Trump ha il potere di negare, molto presto gli americani saranno costretti a tornare a lavorare spinti dalle necessità economiche. Non contando la possibilità per il presidente di esercitare pressioni sui governatori
repubblicani (anche se su alcuni, come quello della Florida, non ce ne sarebbe neanche bisogno) affinché siano loro a dare disposizioni di riapertura.
Un rilancio dell'economia a maggio sarebbe solo parziale, perché non tutti i lavoratori avranno le stesse immediate necessità. Ad esempio, Trump potrebbe facilmente costringere gli addetti alle pulizie nelle banche a tornare al lavoro, difficile invece costringere i banchieri.

Disuguaglianze nella riapertura per fasi

In sostanza, la “riapertura per fasi” non sarà determinata tanto dai pareri medici quanto dai numeri della ricchezza e della povertà: i meno abbienti, o più bisognosi, saranno i primi, mentre i ricchi o benestanti saranno gli ultimi. Con le disuguaglianze destinate ad allargarsi in caso di riapertura parziale. Infatti, le persone che
potranno lavorare da casa in remoto e fare acquisti online potranno minimizzare l'esposizione al virus, cosa che non succederà ai lavoratori richiamati nelle fabbriche, nelle aziende e quelli delle consegne a domicilio.
L'economia sarà divisa in classi ulteriormente distanti : da un lato chi può limitare i contatti con gli altri, dall'altra chi non può farlo.

I pasticci e i sacrifici

Tutto questo non sarebbe accaduto se l'amministrazione Trump non avesse pasticciato nella gestione dei test; e se molti non si fossero fatti prendere in giro e non avessero barcollato di fronte all'ego sconfinato del presidente. A quest’ora avremmo potuto già intravedere la strada per una riapertura più sicura.
Invece a maggio il paese sarà praticamente nelle stesse condizioni di marzo. E i piani implicano l'accettazione di contagi ancora considerevoli e perdite più alte.
I sostenitori di Trump si fregiano di poter offrirsi volontari nel correre il rischio (come il broadcast Glenn Beck il quale afferma che ”preferirebbe morire piuttosto che uccidere il paese” o come il vicegovernatore del Texas Dan Patrick che dice “torniamo al lavoro, torniamo a vivere, noi che abbiamo più di 70 anni ci
prenderemo cura di noi stessi”).
Non è un tipo di sacrificio molto ben percepito nella vita reale. L'amministrazione Trump non ha ancora sviluppato un efficace sistema di test e tracciamenti, e questo nonostante il presidente avesse ricevuto già il 3 gennaio un avviso formale sulla possibile pandemia.

Il senso del piano 1

Grazie al blocco imposto a marzo nella maggior parte degli stati, all’inizio di maggio le vittime quotidiane dovrebbero scendere sotto quota mille, per diminuire a 100 alla metà del mese. Ma concentrarsi sulla curva di mortalità significa fraintendere quello che stanno dicendo Trump e i suoi sostenitori. Il calcolo politico del piano 1) non si basa sul contenimento del numero delle vittime, ma sul limitare le morti solo alle
persone considerate sacrificabili.
In questo senso appare significativo il caso del South Dakota. Qui la governatrice repubblicana ha creduto bene di non imporre misure restrittive, sottolineando la bassa densità della popolazione dello stato. Quando pochi giorni dopo è esploso un focolaio in una fabbrica di lavorazione di carne di maiale (con 634 contagi
tra i dipendenti a altre centinaia tra i “contatti”, ossia parenti), non ha tuttavia modificato il suo atteggiamento; molti dicono perché la forza lavoro era composta in maggioranza da immigrati, e quindi non esattamente la base elettorale repubblicana.
Ma cosa succederebbe se questo piano dovesse rivelarsi sbagliato? Se le riaperture portassero invece ad un incremento di vittime politicamente non previsto? In tal caso Trump farebbe entrare in gioco l'altro suo piano.

PIANO 2: La guerra culturale

La guerra culturale contro i governatori e gli stati democratici.
Fino ad oggi, i sondaggi indicherebbero che la maggioranza della popolazione è favorevole al lockdown. Di fronte a questa evidente opposizione al volere del presidente, i sostenitori di Trump stanno adottando la tattica di protestare in modo aggressivo, con la speranza che le telecamere delle televisioni sorvolino sull'
estremismo dei partecipanti e sul fatto che siano pochi. Le persone scese in piazza a Lansing nel Michigan (quando Trump il 16 aprile scrisse su Tweeter  “Liberate il Michigan”) bloccarono ambulanze e brandirono armi da fuoco sulla scalinata del parlamento locale; manifestazioni con ancora meno gente, sotto le cento persone, sono avvenute in California e North Carolina.
Fox News in questa guerra culturale è molto più che una vittima passiva della disinformazione: anzi, mostrando in grafici fantasiosi metà degli Stati Uniti colorati di rosso e indicandoli come focolai di proteste, fa passare il messaggio che l’intero paese sia in fiamme e non alcune centinaia di facinorosi.

La strategia di Trump

La cattiva leadership di Trump ha causato terribili difficoltà agli americani: il piano 1) sfrutta la sofferenza per queste difficoltà per giustificare un'altra pessima gestione, il piano 2) invece usa questa sofferenza per indirizzare l'odio verso gli oppositori.
In questo momento gli strumenti a disposizione dell’amministrazione per proteggere il paese vengono usati per proteggere le mire del presidente. Basti pensare a come vengono distribuiti i fondi per sostenere le piccole imprese: con una palese sproporzione tra stati repubblicani e democratici. Secondo Bloomberg, se
ad esempio il Texas ha visto approvate il 58% delle richieste da parte delle piccole imprese, il Nebraska l'82%, il Kansas il 79%, stati democratici come Washington si fermano al 44,6%, New York al 40,1% , la California al 38,4%, e il distretto di Columbia al 30,4%.
Dal momento in cui è stato eletto presidente, Trump ha diviso gli americani in prima, seconda e terza classe; e ha continuato questa politica di suddivisione anche in questo periodo di pandemia. La divisione è più che retorica: si decide a chi va data assistenza economica, a chi aiuti e adesso quali morti sono accettabili per permettere al paese di ritornare a lavorare pienamente.
La vita non può essere, comunque, priva di rischi, e appare assolutamente ovvio che gli Stati Uniti non possono aspettare il vaccino per far ripartire l'economia. Tuttavia, il compito della leadership politica americana dovrebbe essere quello di far accettare il rischio promuovendo però la condivisione dei relativi benefici. Ma i rumorosi attacchi di Trump alle città e agli stati che hanno sofferto di più lascia passare il messaggio che egli stia in realtà agendo per i suoi propri interessi e non per quelli pubblici.
Entrambi i piani di Trump intendono porre gli americani gli uni contro gli altri, in un brutto spirito di rancore e risentimento.
Nella pandemia, come è accaduto anche in momenti più prosperi, la strategia di Trump appare sempre la stessa: punire gli oppositori e premiare gli amici, accusare le vittime e proteggere i colpevoli, rivendicare i meriti e respingere responsabilità, difendere le classi privilegiate e alcuni gruppi di americani e sacrificare tutti gli altri.

L

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