Le bugie della Brexit
Lungi dall'essere un discorso pro-europa, resta comunque il fatto che se la campagna referendaria per la Brexit fosse stata più chiara e non fossero state fatte promesse demagogiche, molto probabilmente il risultato sarebbe stato diverso.
Il post- Brexit invece rischia di minare le basi del Paese proprio su quei punti che i fautori del Leave intendevano preservare.
Perché, e chi ha vissuto in Inghilterra lo sa, le eccellenze che caratterizzano quelle terre sono la finanza, la ricerca scientifica ed un sistema universitario unico al mondo e la correttezza e la lealtà della competizione politica.
Tanto per dire, Theresa May, il nuovo primo ministro conservatore a luglio, era stata una delle sostenitrici del "remain" , se non altro in quanto ministro dell'interno del governo Cameron. Accettando l'incarico di Primo Ministro e investita di conseguenza della gestione del dopo-Brexit, sta cercando di traghettare, in verità con diverse gaffe e cadute di stile, il Regno Unito verso la nuova situazione.
La competizione referendaria da parte di coloro che volevano abbandonare l'Unione europea ha puntato molto su questioni di natura nazionalistica ma ha anche invitato a minimizzare le possibili conseguenze che tale evento poteva produrre sulla vita dei britannici e sulle loro Istituzioni.
Alcune di queste sono state già etichettate come promesse non mantenute.
1. Uno dei cavalli di battaglia , grandemente pubblicizzato ed enfatizzato,era la destinazione dei 350 milioni di sterline che il Regno Unito invia settimanalmente alla UE, alla NHS, ossia il servizio sanitario nazionale. Ebbene, la May ha già comunicato al direttore dell' NHS che non ci saranno fondi disponibili per lui nella legge finanziaria di autunno, che il Cancelliere dello Scacchiere ( il Ministro del Tesoro ) Philip Hammond sta approntando per il 23 novembre. Ma d'altronde già alcuni politici pro-Brexit avevano abbandonato la promessa qualche giorno dopo il voto, in realtà discostandosene dopo non averla smentita in corso di campagna elettorale.
2. Brexit, nelle affermazioni, tra gli altri, di Boris Johnson (ex sindaco di Londra) e Michael Gove, non avrebbe creato immediati e grossi impatti negativi sull'economia britannica. Ebbene, dai massimi del 23 giugno la sterlina è crollata ad oggi del 17% sul dollaro e del 15% sull'euro; il che significa, aumento dei prezzi sui prodotti importati ( il Regno Unito non ha più produzioni agricole e industriali di rilievo ), contraccolpo psicologico di non essere il paese virtuoso dalla moneta forte che regola il settore della finanza. Senza contare la possibile fuga dalla City di banche, finanziarie e sedi legali e operative di società europee, nonché (come appena affermato dal presidente della British Bankers Association) addirittura proprio le sedi delle stesse banche britanniche. Con il mega nuovo quartiere finanziario di Canary Wharf che rischia di diventare una sorta di cattedrale nel deserto.
3. La ricerca scientifica non avrebbe avuto conseguenze.
La realtà sembra essere un'altra, nonostante molti politici si affannino ad affermare che la situazione non cambierà di molto rispetto allo scenario attuale, almeno fino alla predisposizione del piano di uscita dalla Ue.
Il 15% della forza accademica britannica proviene dall'Unione europea e il 60% delle pubblicazioni scientifiche sono frutto di collaborazioni fra britannici ed europei. Di fronte a questi semplici dati, le recenti affermazioni sul contingentamento degli accademici non Uk già da sole smentiscono che tutto é "business as usual".
Ma cosa più importante, il Regno Unito attinge a piene mani dai fondi EU per la ricerca: 6,8 miliardi di sterline dal cosiddetto "settimo programma quadro" (FP7) per il periodo 2007-2013, e la partecipazione al programma Horizon 2020 che stanzia 80 miliardi di euro.
In realtà la Brexit sta portando notevoli difficoltà e densi nuvoloni neri sul futuro della ricerca scientifica inglese e anche mondiale, visto il contributo che questa porta sul mondo scientifico e ingegneristico. Una ricerca non ufficiale del Russell group Universities (che comprende 24 tra le più prestigiose università britanniche, tra cui Oxford, Cambridge, Edimburgo, Imperial College) ha ormai sancito l'ostracismo di molte istituzioni universitarie europee verso collaborazioni con controparti Uk, dettate dal rischio che la possibile chiusura dei rubinetti garantiti dal programma Horizon 2020 andrebbe ad inficiare il futuro dei consorzi costituiti, ciò a causa della probabile perdita della quota parte di competenza britannica.
C'è anche da rilevare, e questo porta ad un contraccolpo psicologico importante perché rischia di minare la credibilità dell'intero sistema accademico britannico, alcune università cominciano ad avere problemi nel reclutamento di ricercatori per i loro progetti in corso.
Il post- Brexit invece rischia di minare le basi del Paese proprio su quei punti che i fautori del Leave intendevano preservare.
Perché, e chi ha vissuto in Inghilterra lo sa, le eccellenze che caratterizzano quelle terre sono la finanza, la ricerca scientifica ed un sistema universitario unico al mondo e la correttezza e la lealtà della competizione politica.
Tanto per dire, Theresa May, il nuovo primo ministro conservatore a luglio, era stata una delle sostenitrici del "remain" , se non altro in quanto ministro dell'interno del governo Cameron. Accettando l'incarico di Primo Ministro e investita di conseguenza della gestione del dopo-Brexit, sta cercando di traghettare, in verità con diverse gaffe e cadute di stile, il Regno Unito verso la nuova situazione.
La competizione referendaria da parte di coloro che volevano abbandonare l'Unione europea ha puntato molto su questioni di natura nazionalistica ma ha anche invitato a minimizzare le possibili conseguenze che tale evento poteva produrre sulla vita dei britannici e sulle loro Istituzioni.
Alcune di queste sono state già etichettate come promesse non mantenute.
1. Uno dei cavalli di battaglia , grandemente pubblicizzato ed enfatizzato,era la destinazione dei 350 milioni di sterline che il Regno Unito invia settimanalmente alla UE, alla NHS, ossia il servizio sanitario nazionale. Ebbene, la May ha già comunicato al direttore dell' NHS che non ci saranno fondi disponibili per lui nella legge finanziaria di autunno, che il Cancelliere dello Scacchiere ( il Ministro del Tesoro ) Philip Hammond sta approntando per il 23 novembre. Ma d'altronde già alcuni politici pro-Brexit avevano abbandonato la promessa qualche giorno dopo il voto, in realtà discostandosene dopo non averla smentita in corso di campagna elettorale.
2. Brexit, nelle affermazioni, tra gli altri, di Boris Johnson (ex sindaco di Londra) e Michael Gove, non avrebbe creato immediati e grossi impatti negativi sull'economia britannica. Ebbene, dai massimi del 23 giugno la sterlina è crollata ad oggi del 17% sul dollaro e del 15% sull'euro; il che significa, aumento dei prezzi sui prodotti importati ( il Regno Unito non ha più produzioni agricole e industriali di rilievo ), contraccolpo psicologico di non essere il paese virtuoso dalla moneta forte che regola il settore della finanza. Senza contare la possibile fuga dalla City di banche, finanziarie e sedi legali e operative di società europee, nonché (come appena affermato dal presidente della British Bankers Association) addirittura proprio le sedi delle stesse banche britanniche. Con il mega nuovo quartiere finanziario di Canary Wharf che rischia di diventare una sorta di cattedrale nel deserto.
3. La ricerca scientifica non avrebbe avuto conseguenze.
La realtà sembra essere un'altra, nonostante molti politici si affannino ad affermare che la situazione non cambierà di molto rispetto allo scenario attuale, almeno fino alla predisposizione del piano di uscita dalla Ue.
Il 15% della forza accademica britannica proviene dall'Unione europea e il 60% delle pubblicazioni scientifiche sono frutto di collaborazioni fra britannici ed europei. Di fronte a questi semplici dati, le recenti affermazioni sul contingentamento degli accademici non Uk già da sole smentiscono che tutto é "business as usual".
Ma cosa più importante, il Regno Unito attinge a piene mani dai fondi EU per la ricerca: 6,8 miliardi di sterline dal cosiddetto "settimo programma quadro" (FP7) per il periodo 2007-2013, e la partecipazione al programma Horizon 2020 che stanzia 80 miliardi di euro.
In realtà la Brexit sta portando notevoli difficoltà e densi nuvoloni neri sul futuro della ricerca scientifica inglese e anche mondiale, visto il contributo che questa porta sul mondo scientifico e ingegneristico. Una ricerca non ufficiale del Russell group Universities (che comprende 24 tra le più prestigiose università britanniche, tra cui Oxford, Cambridge, Edimburgo, Imperial College) ha ormai sancito l'ostracismo di molte istituzioni universitarie europee verso collaborazioni con controparti Uk, dettate dal rischio che la possibile chiusura dei rubinetti garantiti dal programma Horizon 2020 andrebbe ad inficiare il futuro dei consorzi costituiti, ciò a causa della probabile perdita della quota parte di competenza britannica.
C'è anche da rilevare, e questo porta ad un contraccolpo psicologico importante perché rischia di minare la credibilità dell'intero sistema accademico britannico, alcune università cominciano ad avere problemi nel reclutamento di ricercatori per i loro progetti in corso.
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