MESSICO, PETROLIO E PEMEX
MESSICO, PETROLIO E PEMEX
Il Messico di Lopez Obrador e la questione della "sovranità energetica"
Quando Manuel Lopez Obrador fu eletto presidente del Messico circa due anni fa, vincendo le elezioni con il movimento civico di sinistra Morena, i suoi oppositori paventarono lo spettro che il paese potesse seguire le orme di Venezuela e Bolivia, paragonando Amlo (così viene chiamato dai messicani) a Chavez e Morales per la sua retorica anti-neoliberista. A quel tempo sembrava un pericolo lontano, perché si diceva che il grande paese latino nordamericano avesse una struttura geopolitica ed economica diversa rispetto ai paesi citati, e questo avrebbe precluso qualsiasi possibile rischio di una deriva eccessivamente populistica. Le aspettative erano grandi, pari alla focosa demagogia del neo presidente che dichiarava di voler sconfiggere corruzione e diseguaglianze sociali attraverso il riscatto della parte più povera del Paese. Proclami già ascoltati molte volte, soprattutto nel variegato mondo politico latinoamericano.
Il credo del presidente poggia sulla lotta al neoliberismo. La sua idea politica, chiamata "Quarta Trasformazione", incarna l'esistenza di un Paese stato-centrico, con tutte le attività centralizzate, dipendente dalla produzione nazionale e limitando molto gli investimenti provenienti dall'estero. In pratica, il rigetto delle politiche di libero mercato che avevano aperto il paese al commercio e agli investimenti internazionali , culminati nell'accordo Nafta con Stati Uniti e Canada del 1994.
Uno dei punti cardine di questo progetto politico-sociale è il mercato petrolifero, dal momento che il Messico rappresenta uno dei maggiori produttori di idrocarburi, membro dell'Opec+. Nello specifico, l'obiettivo è il perseguimento di una nuova sovranità energetica da parte dello Stato, per riappropriarsi del pieno controllo sulla produzione e raffinazione del greggio. Il piano poggia però su una grande anomalia: rafforzare la Petroleos Mexicanos (Pemex), la compagnia petrolifera statale, che di fatto opera come monopolista nel mercato energetico messicano. La strategia è puntare tutto sull'aumento della produzione a dispetto di qualsiasi logica o considerazione economica, in una sorta di battaglia per il ripristino dell'orgoglio nazionalista perduto. Solo che la situazione finanziaria della Pemex non è tutta rose e fiori.
Pemex
La Pemex nasce nel 1938 quando l’allora presidente Lázaro Cárdenas decise di nazionalizzare il mercato petrolifero del Messico espropriando gli assets delle compagnie americane e inglesi, instaurando di fatto un regime di monopolio per l'estrazione e la distribuzione del greggio. La Pemex è un'industria statale. E tanto per capire che cosa questa compagnia rappresenti nella propagando politica di Amlo, basti pensare che appena eletto il presidente fece aggiungere al logo della società il motto "Por el rescate de la soberanía"(Per il riscatto della sovranità).
1) Debiti Pemex
Per fare fronte a questo fardello finanziario, che impedisce di fatto che gli eventuali utili possano essere reinvestiti all'interno dell'impresa, lo Stato messicano mise inizialmente sul piatto ben 5 miliardi di dollari di risorse pubbliche. Sempre nel 2019, per ripagare parte de debiti rappresentati da titoli (che sono la quasi totalità del debito finanziario), Pemex emise tre obbligazioni a 7, 10 e 30 anni di durata: la liquidità non doveva servire alla operatività aziendale ma a rimborsare alcuni bond in scadenza tra il 2020 e il 2023, con l'intento quindi di allungare solamente la duration del debito.
Il declassamento del rating sulle emissioni Pemex da parte delle principali agenzie di valutazione dei crediti (S&P, Moody's, Fitch), ormai pericolosamente vicino a quello di “junk bonds”, rappresenta un ulteriore indebolimento della posizione finanziaria della compagnia: difatti, per far sì che i titoli vengano acquistati sul mercato, Pemex deve fornire rendimenti adeguati al rischio (elevato) che un investitore corre comprando bond di questo genere. Pertanto, con interessi aggiuntivi da pagare e costi finanziari in crescita, già a partire da quest'anno (2020) dovranno essere rinnovate obbligazioni in scadenza per 6 miliardi di dollari. Ma la situazione più preoccupante dovrebbe verificarsi nel 2024, quando scadranno circa 60 miliardi di titoli, da pagare e se possibile da rinnovare immediatamente: in assenza di miglioramenti e di garanzie sulla salute finanziaria dell'azienda, l'incognita sarà a che tassi e per quale importo il mercato sarà disposto a comprare nuovamente i titoli della società petrolifera.
Un altro aspetto importante, anzi fondamentale per la tenuta dell'intero sistema economico del Messico, sta nella considerazione che le obbligazioni Pemex sono praticamente assimilabili a debito pubblico. Una crisi della compagnia sul mercato dei capitali si tradurrebbe automaticamente in un grave problema per il Messico in qualità di Stato sovrano.
Un altro aspetto importante, anzi fondamentale per la tenuta dell'intero sistema economico del Messico, sta nella considerazione che le obbligazioni Pemex sono praticamente assimilabili a debito pubblico. Una crisi della compagnia sul mercato dei capitali si tradurrebbe automaticamente in un grave problema per il Messico in qualità di Stato sovrano.
Nel tentativo di risollevare le sorti della società e di migliorare i conti economici, il governo messicano ha varato una riduzione della tassa sulle partecipazioni agli utili per oltre 7 miliardi di dollari per i prossimi due anni. Se si ragionasse in ottica squisitamente aziendale sarebbe una buona notizia, perché effettivamente il livello fiscale era insostenibile. Ma c'è anche da considerare che Pemex rappresenta da sola un quinto delle entrate fiscali messicane (a fronte di una incidenza di solo il 3,4% sul PIL del Paese). Le autorità fiscali e finanziarie del Messico si trovano quindi di fronte all'anomalia di una impresa che per fare utili deve ottenere una riduzione del carico fiscale, che però a sua volta va a diminuire le entrate statali proprio nel momento in cui il governo avrebbe bisogno di sostenere Pemex con immissione di denaro pubblico. Insomma, l'annoso problema delle aziende statalizzate.
2) Perdite Pemex
La società ha subito nei primi nove mesi del 2019 perdite per 176 miliardi di pesos, quando a settembre del 2018 le stesse erano pari a 23 miliardi di pesos. La perdita, come da report della Sec, è originata: a) dalla riduzione dei ricavi a causa del calo dei prezzi del petrolio e della decrescita dei volumi di greggio esportato; b) dal tasso di cambio sfavorevole del peso con il dollaro; c) dall'incremento dei costi operativi; d) dall'incremento dei costi finanziari e acquisto strumenti derivati. Da notare che le perdite nel 2019 si sono verificate con un prezzo medio del petrolio a barile di 60 dollari, quasi quattro volte più alto rispetto alle quotazioni correnti.
3) Produzione Pemex
Oltre al debito finanziario e alle perdite, altro indicatore decisamente in calo è il fatturato, sceso del 16% nel 2019 a 74,3 miliardi di dollari.
Attualmente Pemex produce poco più di un milione e settecentomila barili al giorno, la metà dei 3,4 milioni del 2004 ed il 7% in meno del 2018 (fig.2).
L'ambizioso piano del presidente prevede la produzione di 2,6 milioni di barili al giorno entro la scadenza del suo mandato (nel 2024), da attuarsi attraverso lo sfruttamento e lo sviluppo di 20 nuovi campi (fig.3), ipotesi giudicata estremamente ottimistica da tutti gli analisti del settore petrolifero. Inoltre, i campi già operativi appaiono troppo piccoli per compensare le perdite di quelli più grandi, come il famoso campo Cantarell, che è quasi esaurito, e il Ku-Maloob-Zaap, la cui produzione decresce a ritmi più elevati del previsto.
In assenza di investimenti internazionali appare molto difficile continuare a perseguire una politica di espansione così spinta. Per ragioni ideologiche, Amlo ha disatteso la riforma energetica del 2013 che apriva Pemex e il mercato energetico alle imprese estere. Il presidente ha già provveduto a revocare altre aste per i blocchi, con l'obiettivo di favorire Pemex.
La italiana Eni, una delle prima ad approfittare delle aperture del 2013, opera ad oggi con otto licenze nel Golfo del Messico (anzi, proprio a febbraio ha scoperto un nuovo giacimento), ma si aspetta che da un momento all'altro Amlo intervenga anche su questo aspetto:
https://www.finanzaoperativa.com/eni-nuovo-giacimento-offshore-a-piazza-affari-inizia-il-recupero/
https://www.finanzaoperativa.com/eni-nuovo-giacimento-offshore-a-piazza-affari-inizia-il-recupero/
In realtà, l'Eni sembrerebbe già aver messo in conto questa eventualità quando ha ceduto alla Qatar Petroleum il 35% della partecipazione nella cosiddetta Area 1 (licenza acquisita nel 2015)
https://www.eni.com/it-IT/media/comunicati-stampa/2019/07/eni-avvia-la-produzione-dallarea-1-nelloffshore-del-messico.html.
https://www.eni.com/it-IT/media/comunicati-stampa/2019/07/eni-avvia-la-produzione-dallarea-1-nelloffshore-del-messico.html.
La chiusura autarchica e ideologica agli investimenti esteri appare una sorta di "autogol" per l'espansione del mercato petrolifero messicano, perché Pemex non sembra avere né le capacità tecnologiche né quelle finanziare per supportare gli ambiziosi piani del governo.
Ad esempio, basti pensare al mercato degli idrocarburi non convenzionali, il cosiddetto petrolio di scisto (shale oil)( https://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/shale-oil.html), che rappresenta da alcuni anni la rivoluzione petrolifera in atto negli Stati Uniti (i quali sono esportatori netti di petrolio in questo settore) e che ha permesso loro la indipendenza energetica in momenti difficili dal punto di vista geopolitico. Il boom di questa produzione, soprattutto in Texas e Nord Dakota, ha attirato in tali aree ingenti investimenti negli ultimi anni. Le previsioni fatte in passato che questioni finanziarie e ingegneristiche avrebbero probabilmente messo fine a questa industria, non si sono poi avverate, in massima parte grazie alla capacità del settore di tagliare i costi lungo la catena di approvigionamento.
Il Messico possiede riserve estese quasi quanto quelle americane, soprattutto nelle regioni a nord del paese. Per sfruttarle occorre l'utilizzo di tecniche particolari, come la fratturazione idraulica (nota come fracking). López Obrador ha proibito l'uso del fracking in quanto lo ritiene pericoloso. In realtà, questa decisione sembrerebbe nascondere un'altra motivazione, più realistica: Pemex non possiede i mezzi per pompare gli shale in superficie e neanche le risorse finanziarie adeguate. Il tasso di declino dei pozzi da fracking è più elevato rispetto alla perforazione tradizionale: questo significa la necessità di effettuare investimenti per aprirne di nuovi in tempi più ristretti. La soluzione per ovviare a questo problema, e sfruttare questo enorme potenziale sotterraneo, sarebbe ricorrere a imprese straniere dotate della tecnologia adatta e a investitori internazionali; cosa che il Messico non ha intenzione al momento di fare.
Il Messico possiede riserve estese quasi quanto quelle americane, soprattutto nelle regioni a nord del paese. Per sfruttarle occorre l'utilizzo di tecniche particolari, come la fratturazione idraulica (nota come fracking). López Obrador ha proibito l'uso del fracking in quanto lo ritiene pericoloso. In realtà, questa decisione sembrerebbe nascondere un'altra motivazione, più realistica: Pemex non possiede i mezzi per pompare gli shale in superficie e neanche le risorse finanziarie adeguate. Il tasso di declino dei pozzi da fracking è più elevato rispetto alla perforazione tradizionale: questo significa la necessità di effettuare investimenti per aprirne di nuovi in tempi più ristretti. La soluzione per ovviare a questo problema, e sfruttare questo enorme potenziale sotterraneo, sarebbe ricorrere a imprese straniere dotate della tecnologia adatta e a investitori internazionali; cosa che il Messico non ha intenzione al momento di fare.
4) Produttività Pemex
La produttività di Pemex è molto bassa: 15 barili al giorno per dipendente. Petrobras, la compagnia statale brasiliana e principale rivale della messicana nell'America Latina, produce invece 30 barili per dipendente (senza contare che con la metà dei lavoratori di Pemex produce un fatturato del 10% più alto).
Delle due l'una: o si riduce il numero dei lavoratori, o si costringe quelli esistenti a lavorare di più e meglio. In ogni caso, l'impatto sociale che ne deriverebbe sarebbe tutto da verificare.
5) Prezzi petrolio Pemex
La politica sociale del presidente in materia di prezzi della benzina è quella di mantenere un livello basso per favorire i consumatori. Nel suo budget annuale per il 2020, il Messico aveva previsto un prezzo di 49 dollari al barile. Su questo erano basate le previsioni di fatturato di Pemex per l'anno in corso.
Ma nel 2020 i prezzi hanno cominciato a crollare, e il Mexican mix (ricordiamo che il prezzo del petrolio messicano è un mix dei prezzi internazionali) quota, al 9 aprile 2020, intorno ai 16 dollari a barile , dopo aver toccato il minimo di 10,37 dollari a fine marzo e un massimo nell'anno a 59 dollari. Un'analisi di Citibanamex stima una media di 22 dollari al barile per il 2020. Poichè estrarre un barile di petrolio costa circa 24 dollari, ai livelli attuali di prezzo sembrerebbe perfettamente antieconomico farlo; a meno che si chiudano, come suggerisce il Financial Times, alcuni campi di produzione, perchè alle quotazioni attuali circa il 75% di essi genererà solo perdite. La situazione richiederebbe quindi un cambio nelle strategie, improntate su una riduzione delle attività.
Ma il Messico, come ben si è visto nella riunione dell'Opec+ che doveva sancire un taglio nella produzione per sostenere i prezzi, persegue nella sua idea di far crescere la produzione nonostante un crollo generale della domanda globale di circa 30 milioni di barili al giorno da inizio anno. Tutto questo con l'obiettivo di raggiungere l'indipendenza energetica tanto sognata da López Obrador, tutta puntata sulla produzione e poco o niente sui risultati finanziari.
Una delle ragioni dell'intransigenza messicana a un aumento dei prezzi potrebbe essere tutta finanziaria: il Messico, a inizio anno, ha negoziato un derivato, sotto forma di put option, che lo pone al riparo da oscillazioni al ribasso dei prezzi. Non si tratta, a ben vedere, di un'intuizione del governo attuale. In realtà, si tratta di una strategia finanziaria adottata da 20 anni dai governi che si sono succeduti, e che viene pagata molto salatamente, circa un miliardo di dollari.
La put option è, in pratica, una scommessa sull'andamento dei prezzi del petrolio. Si comporta come una polizza assicurativa: se il prezzo di mercato del bene sottostante scende sotto un certo livello predeterminato, si esercita il diritto di vendere alla scadenza al prezzo pattuito la quantità indicata nel contratto.
La put option è, in pratica, una scommessa sull'andamento dei prezzi del petrolio. Si comporta come una polizza assicurativa: se il prezzo di mercato del bene sottostante scende sotto un certo livello predeterminato, si esercita il diritto di vendere alla scadenza al prezzo pattuito la quantità indicata nel contratto.
Anche se l'operazione è coperta dal segreto di Stato, si ipotizza che il prezzo concordato al di sotto del quale scatta il guadagno possa essere di 45 dollari. Se i prezzi si mantenessero agli attuali livelli fino alla fine di di novembre, secondo i calcoli dell'agenzia Bloomberg il Messico incasserebbe circa 6 miliardi di dollari. I rappresentanti del governo non confermano né l'esistenza dell'operazione né tantomeno i termini.
Questa copertura rende evidentemente meno disperata per il Messico la situazione di prezzi bassi. Ma si tratta pur sempre una scommessa che puoi vincere o perdere, a seconda dei comportamenti del mercato.
Comunque, al di là delle tecniche finanziarie che sono eredità delle precedenti gestioni, la grande ragione della pervicace difesa della produzione di petrolio sta sempre nella volontà di perseguire con ogni mezzo l'obiettivo principale della politica energetica di Amlo: riportare Pemex all'antica gloria ritornando ai livelli produttivi del passato, oltre la ragione, la logica e anche andando contro tutte le possibili congiunture economiche e oltre la ragione e la logica.
Questa copertura rende evidentemente meno disperata per il Messico la situazione di prezzi bassi. Ma si tratta pur sempre una scommessa che puoi vincere o perdere, a seconda dei comportamenti del mercato.
Comunque, al di là delle tecniche finanziarie che sono eredità delle precedenti gestioni, la grande ragione della pervicace difesa della produzione di petrolio sta sempre nella volontà di perseguire con ogni mezzo l'obiettivo principale della politica energetica di Amlo: riportare Pemex all'antica gloria ritornando ai livelli produttivi del passato, oltre la ragione, la logica e anche andando contro tutte le possibili congiunture economiche e oltre la ragione e la logica.
6 ) Raffinerie petrolio messicano
Il piano di López Obrador sarebbe quello di raffinare all'interno del paese tutto il petrolio estratto in Messico. Per fare questo sta investendo pesantemente non solo nella ristrutturazione delle 6 raffinerie esistenti, ma nella costruzione di una nuova a Dos Bocas, nello stato di Tabasco (il suo Stato di origine).
Il progetto, da terminare entro il 2023, costerà 8 miliardi di dollari. Secondo i maggiori analisti dell'industria petrolifera appare sovradimensionato rispetto alla produzione effettiva di crudo messicano; inoltre, in base a studi inerenti costruzioni di altre raffinerie simili, potrebbe costare molto di più della cifra messa in preventivo.
A parte l'impatto di tale investimento sui conti pubblici e le perplessità sull'effettivo ritorno in termini di nuovi posti di lavoro, grande risalto sta avendo la questione ambientale.
Le maggiori associazioni ambientaliste (tra cui Greenpeace) lamentano che il progetto provocherà la distruzione di foreste di alberi di mangrovie (in quelle zone c’è la quarta area più estesa di mangrovie al mondo), considerate come “sentinelle” dell'ecosistema perché in grado di proteggerci dell’anidride carbonica, e da tempeste e inondazioni.
E pensare che proprio dieci anni fa i dirigenti di Pemex erano dell'idea che questo sito potesse diventare un'area naturale protetta.
Prima cioè che il presidente messicano avviasse il suo programma, molto ideologico, di “sovranità energetica”.



Articolo esplicativo ed esaustivo su una questione cruciale, in relazione ad una più ampia visione delle discutibili politiche di AMLO
RispondiEliminaGrazie. Ho cercato di spiegare la politica energetica messicana dal punto dei vista dei dati economici e finanziari. Ad oggi il prezzo del petrolio continua a crollare a causa della notevole riduzione nella domanda e dei problemi di storage, il che rende sempre più pericolosa la strategia messicana, tutta ideologica, di produrre sempre più petrolio.
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