Ma è la Fiat che compra Chrysler?
Sergio Marchionne, dimostrando grande acume nelle strategie di comunicazione, ha definito l'acquisizione del 100% di Chrysler da parte della Fiat come di "un accordo che rimarrà nei libri di storia"!
Di che tipo di "storia" non ci è dato sapere. Leggo commenti entusiastici a questa operazione, in un'orgia di nazional-populismo che ogni tanto ci pervade, come ad esempio quando gioca la nazionale di calcio.
Il trionfo dell'industria manifatturiera italiana sui cattivoni del mondo economico-finanziario internazionale che ci snobba.
Giova ricordare che non andiamo a vendere macchine Fiat negli Stati Uniti, quindi non è una operazione di diffusione del Made in Italy che in alcuni settori ci nobilita sulla ribalta mondiale.
Ma, comunque, che tipo di operazione è questa. Ma soprattutto..a chi giova?
Cominciamo dai dati economici.
Nell'attuale galassia del nuovo gruppo Fiat, Chrysler è la gallina dalle uova d'oro.
A dicembre il gruppo Chrysler (Chrysler, Dodge, Jeep, RAM e Fiat) ha immatricolato negli Usa 161.007 auto ( +6% rispetto all'anno prima) e in tutto il 2013 1.800.368 unità, ossia il 9% in più rispetto al 2012, performando più della media del mercato americano (General Motors -6,3% e Ford - 9,3%).Si tratta del quarto anno consecutivo di crescita e miglior anno dal 2007.
Piatta la Fiat negli States (+1%) nonostante il lancio in grande stile della 500L.
I dati di bilancio del terzo trimestre 2013 (gli ultimi disponibili) evidenziano 862 milioni di dollari di profitti per Chrysler, e solo 27 milioni per Fiat.
In Europa la Fiat ha rilevato perdite nel 2012 per 704 milioni di euro.
Inoltre, mentre l'Italia continua ad arrancare ad uscire dalla recessione, gli Usa sono in palese ripresa economica. L'auto è un bene voluttuario, laddove si tagliano i consumi una delle prime voci ad esserne colpita è proprio quella. Prospettive future ancora incerte, senza improbabili incentivi, per lo zoppicante mercato automobilistico nostrano.
D'altronde i termini dell'operazione sono particolarmente esemplificativi. Ascoltate bene.
Il 41,6% di Chrysler che passa in mano a Fiat è quello della Veba, il potente fondo fra dipendenti (negli Usa i lavoratori non aspettano come la manna dal cielo che lo Stato provveda ai loro bisogni, ma questo è
un discorso da affrontare a parte). Questa quota, pari a 4,35 miliardi di dollari, verrà pagata da Fiat per 1,9 miliardi di dollari (oltre metà dell'importo) con la liquidità della stessa Chrysler, tramite un dividendo straordinario che Chrysler pagherà a Veba attingendo dalle proprie casse. Il resto sarà sborsato da Fiat per 1,75 miliardi con proprie disponibilità e per 700 milioni in quattro rate.
Operazione a dir poco geniale...o furba? Perché, in sostanza, Fiat compra tutta Chrysler soprattutto con i soldi generati dall'attività di Chrysler.
Tra l'altro, secondo la banca d'affari Nomura, con un costo del debito nel 2013 vicino a 1,7 miliardi, senza la cassa di Chrysler la Fiat rischiava davvero grosso.
E' una operazione di finanza pura o un semplice esempio di economia "di carta"? Ognuno tragga la propria risposta.
Lo scenario futuro post-acquisizione è ancora nebuloso.
Se il mercato americano tira di più, se il costo del lavoratore statunitense è per l'azienda più basso a causa del cuneo fiscale più favorevole, se la burocrazia a New York e dintorni è molto più "soft" (per usare un eufemismo) e se la flessibilità del mercato del lavoro a stelle e strisce non ha niente a che vedere con quella italiana, cosa potrà impedire a Marchionne, non più capo della Fiat ma del gruppo Fiat- Chrysler, di seguire le logiche del mercato e trasferire piano piano prima le strutture direzionali ed amministrative negli Usa e poi se del caso quelle tecnico-operative?
Credo nulla, niente da biasimare secondo la logica della finanza internazionale.
E allora, in prospettiva futura, giova agli italiani questa operazione in modo tale da giustificare l'euforia dei media?
Come sempre sarà il futuro a dare le sue risposte definitive. Allo stato attuale l'unica cosa che conta sono i dati economici, che appaiono sinceramente incontrovertibili. E l'economia internazionale lavora, purtroppo o per fortuna, sulla logica del profitto e non sulle reminiscenze storiche di imprese una volta familiari ma ora multinazionali.
Commenti
Posta un commento