Il mito dei mercati emergenti



In un momento di grave crisi nei mercati borsistici mondiali una delle possibili soluzioni di portafoglio potrebbe essere quella di rivolgersi ai mercati emergenti, caratterizzati da economie in via di sviluppo.
In un articolo contenuto nel magazine inglese "Investors chronicle" c'è però una analisi che smitizza la correlazione tra prospettive di crescita delle economie dei mercati emergenti e le performance di borsa.
Viene analizzata la crescita del Prodotto Interno Lordo (GDP) tra il 1993 e il 2010 comparata con le performance dei prezzi di Borsa per 44 economie , 20 delle quali mercati emergenti.
Dal relativo grafico non emerge nessuna significativa correlazione tra crescita economica e performance dei mercati borsistici. La correlazione per tutti e 44 i paesi è negativa per 0.13. Se si esclude la Cina (caratterizzata da una crescita del PIL negli anni considerati pari a circa il 10% in  media , ma con una performance negativa di Borsa che riflette il crollo degli anni '90), la correlazione diventa positiva , ma solo con un + 0.04.
Considerando solo le economie sviluppate  la correlazione ritorna è negativa  per 0.06 . Fra le economie emergenti è meno 0.39 se si include la Cina e meno 0.12 escludendola.
Da tali dati statistici emerge quindi che la crescita economica  non implica , statisticamente parlando, crescita dei mercati azionari. Il che vuol dire che, comprare nei mercati emergenti semplicemente perchè sono destinati a crescere può essere sbagliato.
Resta il fatto che, aldilà dei dati statistici espressi nell'editoriale, i paesi  emergenti rappresentano un mercato di sbocco per chi ha intenzione di sviluppare politiche aggressive di diversificazione del portafoglio, se non altro per il rischio sicuramente maggiore che tale tipo di scelta comporta ( la volatilità delle borse dei paesi emergenti, espressa dall''indice MSCI Emerging Market ,è del 31,4%, contro il 19,4% dello S&P 500 ), e quindi aspettative di guadagni (ma anche di perdite) più  alti.
 

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