Grecia: ipotesi di post-fallimento




Esperti della banca d'affari svizzera UBS sostengono che la bancarotta della Grecia sarà inevitabile ed indicano come data probabile Marzo 2012, quando si concretizzeranno i fabbisogni di finanziamento del paese ellenico.
L'insolvenza non dovrebbe propagarsi a Portogallo, Spagna e Italia, nazioni che rappresentano (soprattutto le ultime due) economie più forti; ma comunque sia, avrà implicazioni sulla crescita globale europea e determinerà  una nuova riflessione sulla validità della moneta unica come strumento di integrazione economica.
E' di queste ore la polemica sulla eccessiva rigidità richiesta da Unione Europea, Fondo Monetario e Bce (e maliziosamente dico Germania) ad Atene. La situazione sociale in Grecia è caldissima, al limite della rivolta sociale. A tale riguardo ci si interroga, giustamente, se le dure misure di austerità varate serviranno a qualcosa oppure saranno solo un prolungamento dell'agonia di un moribondo. Perchè se è vera quest'ultima prospettiva, tanto vale che la Grecia dichiari default e si tiri fuori dall'Eurozona.
A quel punto occorrerà verificare se questo sarà un evento traumatico o se sarà valida la similitudine con l'Argentina, che a suo tempo dichiarò il fallimento, non onorò i propri debiti (i famosi "bond argentini") dettando le proprie condizioni, stango la sua valuta (il peso) dalla parità con il  dollaro e ruppe i rapporti con il Fondo Monetario; da allora il paese sudamericano è una delle migliori economie mondiali.
Intanto, per ciò che riguarda i bond greci, tutte le banche proprietarie dei titoli hanno proceduto a svalutarne i valori fino al 60%. Banca Intesa alla fine del terzo trimestre 2011 aveva in bilancio 1,31 miliardi di obbligazioni greche; adesso tale valore è di 586 milioni, con una rettifica quindi di circa il 55%. Lo stesso hanno fatto tutti i maggiori istituti di credito.
Quelli che non sono stati ancora toccati sono i finanziamenti bilaterali con gli altri Stati.
Ma è, a questo punto della fiera, molto interessante lo studio che Ubs e Citigroup fecero alcuni mesi fa sui possibili effetti del default della Grecia.
Una volta annunciato da Atene il fallimento esistono sostanzialmente due ipotesi.
La prima prevederebbe una pesante ristrutturazione del debito. I greci resterebbero nell'area euro ma rimborserebbero tra il 15% ed il 35% dei crediti, cosa che come abbiamo visto sta già accadendo sui bond di proprietà delle banche.
La seconda strada è il ritorno alla dracma. Tutti i depositi e gli strumenti finanziari verrebbero convertiti nella vecchia valuta, anche in tal caso con una decisa svalutazione. Ma in tal caso la Grecia potrebbe anche rifiutarsi di pagare il proprio debito, con perdite per i creditori ipotizzabili anche al 100%.
Comunque avvenga, in caso di default sia Ubs sia Citigroup ipotizzano una corsa dei risparmiatori al ritiro dei propri soldi. Anche in tal caso il fenomeno pare sià già in avanzato stato di realizzazione, se è vero che secondo il Credit Suisse dall'ultimo trimestre del 2009 le prime quattro banche greche hanno perso circa il 25% della propria raccolta.
L'Europa reagirebbe, in caso di ritorno alla dracma e conseguente svalutazione, con l'imposizione di dazi doganali alle merci greche per un importo pari alla svalutazione stessa, con un conseguente crollo del commercio tra il paese ellenico e il resto del continente.
Possibile poi un effetto effetto domino sui paesi più fragili e probabili problemi geo-politici.
La conclusione dello studio è che le autorità internazionali, al fine di evitare tutto ciò, devono salvare la Grecia.
Ma possiamo dire che questo stia realmente accadendo? O la politica del rigore assoluto, senza prospettive di crescita economica, è giustificata dal sacrificio di un Paese per acquietare le coscienze degli altri e non riconoscere l'errore di fondo di una unione economica e valutaria grandiosa nel progetto ma utopistica alla prova dei fatti?

Commenti

Post popolari in questo blog

MESSICO, PETROLIO E PEMEX

Il tech Usa e lo split di Apple

TRUMP: DUE PIANI DISCUTIBILI PER AFFRONTARE IL CORONAVIRUS