Referendum: strumento di attualità in Europa

Si sta tanto parlando in questi ultimi tempi in Europa di referendum. Senza voler scomodare le abusate richieste referendarie italiane, ne abbiamo sentito parlare in Grecia, quando l'ex Primo Ministro Papandreou propose, immediatamente redarguito e costretto a ritrattare con la coda fra le gambe, di sottoporre al proprio popolo la decisione se subire o meno le misure di austerity varate dal resto dell'Europa per il paese ellenico. Proposta democraticamente giusta, ma che andava a cozzare con le ire dei mercati finanziari. Al riguardo, mi è quindi piaciuto un pensiero abbastanza provocatorio espresso da un columnist di un importante quotidiano inglese il quale, argomentando sui paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) quali salvatori dell'economia mondiale, parla di una combinazione di bassa tassazione, flessibilità del lavoro, scarsa previdenza sociale e limitata responsabilità democratica come base per il successo attuale di queste economie. Parlando dell'ultima caratteristica, afferma come molti politici occidentali vorrebbero anche se solo per una settimana essere nella stessa situazione, non dovendo avere a che fare con gli elettori: se così fosse risolverebbero i problemi più efficacemente. Scherzano,  solo per metà se si pensa che in realtà oggi noi abbiamo in Grecia e in Italia un governo di tecnocrati non votati, e la prossima fase della integrazione fiscale voluta (solo) dalla Germania fra i 17 Paesi che adottano l'euro includerà la sottomissione dei futuri budget nazionali all'approvazione di Bruxelles.
Altro referendum di cui si parla in questi giorni è quello che nel 2014 o 2015 potrebbe, se vinto, sancire l'indipendenza della Scozia dal Regno Unito. La cosa strana di una vicenda che non è comunque nuova, è che sembra che gli scozzesi, qualora indipendenti, si sentiranno più inclini a cooperare con i Paesi Scandinavi che non con Londra, dal punto di vista commerciale, militare e delle fonti energetiche (esplorazioni off-shore di petrolio e gas), in quanto ritengono di avere più cose in comune con gli scandinavi che con lo UK. Si tratta solo di rivalsa storica o di rivalsa commerciale?
Altri referendum di cui si parla sono quelli sempre in agguato all'interno del partito Conservatore britannico. Dopo quello paventato da una corrente Tories sull'uscita o meno dalla Unione Europea, adesso c'è quello minacciato, sempre da questi, sulla proposta di modifica dei Trattati istitutivi per permettere la "unione fiscale" di cui abbiamo già parlato più indietro. Referendum che potrebbe essere legittimo perchè il Regno Unito ha firmato quei trattati e quindi,come dice la Germania, la revisione  dovrà essere avallata da tutti e 27 i paesi della UE; ma che invece potrebbe essere pretenzioso se la proposta merkelliana riguarderà solo i 17 Paesi che adottano l'euro come moneta. Bisognerà vedere come sarà articolata la cosa. Ma resta il fatto che David Cameron ha una bella gatta da pelare. Difatti, non può, pena rivolte all'interno del suo stesso partito, concedere ulteriori poteri a Bruxelles, soprattutto per decisioni prese da altri ma di cui  deve accettarne per forza di cose le conseguenze, altrimenti rinfocolerebbe le pretese di coloro che voglioni l'uscita dall'UE. Ma dall'altra è consapevole che una veloce uscita dalla crisi dell'eurozona, anche se non sono sicuro che le decisioni germano-centriche vadano nella direzione giusta,  porterebbe benefici economici anche al suo Paese.

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