Turchia: una economia emergente nel Mediterraneo
Forse non ce ne siamo accorti, ma abbiamo un paese emergente proprio nel Mediterraneo.
La Turchia, attualmente la sesta economia d'Europa, appare in effetti come una mosca bianca nel panorama economico del continente.
Le statistiche riportano che nel terzo quarto del 2011 il Prodotto Interno Lordo turco è aumentato dell' 8,2%. Nei primi tre mesi del 2011 il suo tasso di crescita è stato addirittura il più alto del mondo (+11,6%), davanti a Cina e Argentina.
La corsa della produttività in realtà dura ininterrotta dal 2010 (+ 9,0% in quell'anno), susseguente alla recessione che ad inizio 2009 aveva portato il paese a -14,7 nel primo trimestre di quell'anno e a -4,8% alla fine dello stesso.
I risultati di questo trimestre sono stati, tra l'altro, ampiamente superiori a quelli previsti dagli analisti, che prefiguravano un +6,7% , e alle aspettative del governo, che nel "Programma per il triennio 2012-2014" ipotizzava un Pil a fine 2011 al 7,5%.
I settori trainanti sono stati il finanziario (servizi), il retail e le costruzioni.
Grande protagonista del boom la domanda interna, favorita oltre che dalla crescita industriale del paese, dall'espansione del credito (si calcola un aumento del 42% nel 2010 dei prestiti personali al consumo a basso tasso di interesse) .
A ciò vanno aggiunte tutta una serie di misure che il Paese ha cominciato ad adottare dal 2005, quando cioè sono cominciati i negoziati per la sua entrata nella Unione Europea. In particolare, una disciplina fiscale che ha portato tangibili benefici economici e una serie di riforme strutturali che hanno ampliato il ruolo del settore privato nell'economia e migliorato l'efficienza di quello finanziario.
Da non sottovalutare inoltre lo sviluppo di una nuova classe imprenditoriale riconducibile alla borghesia islamica proveniente da centri dell'Anatolia (Konya, Kaysery, Samsun, conosciute come le "Tigri anatoliche"), che ha contribuito in maniera decisiva alla crescita industriale turca.
Positivo il livello del Debito Pubblico attestatosi nel 2010 al 42% del Pil.
L'inflazione, passata miracolosamente dal 70% del 2002 al 6,4% nel 2010 (nonostante l'aumento dei prezzi energetici) appare però in rialzo al 9,5%, in parte a causa di una debolezza della moneta e in parte per la crescita della domanda.
Il grosso tallone di achille dell'economia turca, quello che fa storcere la bocca alle principali banche d'affari, è però il deficit delle partite correnti . Il deficit corrente turco è il secondo più grande del mondo in termini assoluti (dopo gli Usa) e consta di 78,6 miliardi di Usd da gennaio ad ottobre, circa il 10% del Pil.
Analizziamo per un attimo che cosa si intende per "partite correnti".
La "Bilancia dei Pagamenti" individua gli scambi reali e finanziari che un Paese effettua con l'estero. Questa è composta, secondo la suddivisione utilizzata nelle statistiche, da tre sezioni:
1) Partite correnti. In esse si registrano le transazioni reali, cioè aventi per oggetto beni e servizi, ed in particolare:
- il trasferimento di merci (bilancia commerciale) o di servizi (bilancia dei servizi) con corrispettivo finanziario (le classiche operazioni di import ed export);
-il trasferimento unilaterale, cioè senza corrispettivo finanziario, in conto corrente (cioè che non riguarda direttamente o indirettamente la proprietà di beni capitali), tra i quali figurano, ad esempio, le rimesse degli emigrati o i contributi della Ue ai paesi membri;
-i redditi netti dall'estero, suddivisibili in redditi da capitale (esempio, dividendi di azienda estera trasferiti in un paese dal socio residente) e da lavoro (esempio, consulenze professionisti di residenti del paese all'estero).
2) Conto di capitale : trasferimenti unilaterali in conto capitale (trasferimento di proprietà beni capitali; remissione di debiti, quando cioè uno Stato restituisce anticipatamente un debito).
3) Conto finanziario : in tale conto rientrano i movimenti di capitale veri e propri, e consta di:
- Investimenti diretti, investimenti cioè volti a costituire un'impresa o ad acquisire un'impresa già esistente
(a debito se c'è fuoriuscita di capitali dal paese, a credito in caso di afflusso)
- Investimenti di portafoglio, cioè le operazioni che avvengono tra residenti e non residenti e che hanno per oggetto titoli obbligazionari o pacchetti azionari di imprese (quando i soggetti residenti comprano titoli esteri c'è fuoriuscita di capitali e quindi segno negativo del conto finanziario, e viceversa).
In caso in cui le le Partite correnti hanno segno negativo il Paese considerato ha un deficit ; viceversa, Partite Correnti positive Stato in surplus.
La grossa parte del deficit di parte corrente turca si origina dalla bilancia commerciale, per cui sussiste un grosso squilibrio tra importazioni ed esportazioni.
La grande crescita economica, generando l'incremento nei consumi, ha provocato una crescita delle importazioni di gran lunga superiore alle esportazioni (l'ultima statistica disponibile parla di un rapporto di quattro a uno). Ma non solo. I produttori manifatturieri turchi trovano più conveniente importare prodotti semi-lavorati piuttosto che produrre essi stessi i componenti; questo è il modo per fronteggiare costi più alti rispetto ai competitori (la Turchia produce una quantità minima di gas e petrolio): per cui, più aumenta la produzione del Paese più aumentano le importazioni , tanto che ormai l'85% di questa voce riguarda commodities e prodotti semi-lavorati. Il problema è così importante che il Ministro per il Commercio Estero ha ritenuto opportuno chiedere agli industriali del settore automobilistico di produrre essi stessi i motori e i principali componenti, anzichè importarli.
Appurato quindi che il deficit è per la maggior parte generato dalla bilancia commerciale, va anche sottolineato il particolare contributo dei movimenti di capitale al rifinanziamento del debito. Solamente il 15% deriva da Investimenti Finanziari Diretti, il resto proviene da Investimenti di Portafoglio e Altri Investimenti (depositi bancari, circolante, crediti concessi dalle banche) per loro natura molto meno stabili.
Gli investitori esteri preferiscono puntare più su altri paesi, come testimonia l'8,1% del Pil rappresentato in Cina proprio dagli Investimenti Diretti, il 2,8% della Russia o anche il 2,1% della Polonia, mentre in Turchia siamo all' 1,3%.
Nonostante la crescita economica esistono quindi grosse perplessità sui mercati dei capitali, probabilmente riconducibili alla debolezza della valuta: la lira turca ha, ad esempio, perso il 10% verso il dollaro solo negli ultimi 6 mesi.
A questo non contribuisce di certo il comportamento definito "poco ortodosso" delle autorità monetarie. Da un lato, per raffreddare il mercato del credito, la Banca Centrale ha richiesto alle banche commerciali di aumentare il coefficiente di riserva (drenando liquidità), dall'altro ha tagliato i tassi di interesse per frenare gli afflussi di capitale a breve termine (hot money) e alleggerire le pressioni al rialzo della lira turca.
Da tenere sotto controllo, come visto, l'inflazione, salita al 9,5% (ma ricordiamoci che qualche anno fa era al 70%), e che con la moneta ancora deprezzata e le manovre della Banca Centrale non è di certo destinata a scendere. Il dilemma è: una valuta debole dovrebbe comportare un miglioramento nelle esportazioni (i beni turchi diventano più convenienti per l'estero) e un peggioramento per le importazioni, contribuendo così al restringimento del deficit commerciale (riducendo tra l'altro la necessità di finanziamenti dall'estero). Ma l'inflazione che arriva dai prezzi più alti dei beni importati potrebbe stemperare gli effetti della lira deprezzata.
Da qui la necessità di ben equilibrare i livelli del cambio e dell'inflazione. E la richiesta del Fondo Monetario di aumentare il tasso di interesse benchmark fermo al 5,75% al fine di sostenere la lira turca.
Giova ricordare che molte cassandre avevano previsto un crollo turco già all'inizio dell'anno, alla pubblicazione degli straordinari risultati economici migliori della Cina e degli altri paesi del Bric. Invece l'economia turca ha continuato a crescere a ritmi assolutamente sostenuti. Permane la disaffezione degli investitori internazionali, acuita dalla chiusura dei rubinetti delle principali banche internazionali.
Ma ci sarà forse qualcosa da imparare dalla lezione che la Turchia sembra impartire all'Europa.
Perchè il suo dirimpettaio greco si trova in una situazione diametralmente opposta, e anzi suggerisce il "miracolo turco" come via per uscire dalla crisi?
La Turchia sta giustamente aspettando il suo destino di nuovo membro della Unione Europea. Ma a questo punto c'è da chiedersi se non sia ancora in tempo per ripensarci.
La ripresa tumultuosa che, pur in una situazione economica non idilliaca, l'ha portata fuori da una situazione recessiva importante sarebbe stata tale in presenza delle rigide regole dell'euro?
A questa domanda un euroscettico risponderebbe negativamente. Resta solo da vedere, e il tempo ce ne sarà testimone, chi avrà ragione nella lunga partita che sta dividendo l'Europa.
E intanto la Turchia ci guarda dall'alto.
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