Sud Est Asiatico: "castelli di carta"? Speriamo di no


Dal Financial Times di oggi riporto un breve sunto di un rapporto sul Vietnam, interessante perchè particolarmente esemplificativo dell'evolversi economico di molti dei cosiddetti "Paesi emergenti".
Cinque anni fa il Vietnam era considerato un piccolo paradiso per gli investitori internazionali in cerca di una "nuova Cina". La presenza di manodopera a buon mercato aveva spinto  industrie statunitensi, giapponesi, coreane e taiwanesi (anche aziende tecnologicamente avanzate come la Intel e la Canon) ad investire in questo Paese  di 90 milioni di abitanti , spostandosi a volte proprio dal sud della Cina dove i salari sono tre volte più alti (il che è tutto dire).
Negli ultimi tempi l’inversione di tendenza, ovvero una graduale riduzione degli investimenti esteri, riconducibile a fattori esterni ed interni.
Tra i primi indubbiamente la crisi economica globale, particolarmente gravosa per una nazione fortemente dipendente dalle esportazioni di beni quali capi di abbigliamento, scarpe e commodity (come riso e caffè). Il GDP, che cresceva ai ritmi dell’ 8,1% annuo fra il 2003 ed il 2007 è previsto in crescita del 6,1% nel 2011. Che non è statisticamente un brutto risultato, ma smentisce un po’ le premesse che il Paese aveva alimentato fino al 2010.
Anche perché arriviamo alle vere note dolenti.
Prima, l’alto livello di inflazione. L’indice dei prezzi crescerà nel 2011 di oltre il 21% (l’anno scorso era all’ 11,8%). E’ il livello più alto tra i paesi del Sud-est asiatico e limitrofi (solo l’India ha inflazione a doppia cifra, al 10,1%). Questo sta creando grossi problemi sociali (scioperi da parte dei lavoratori che hanno oramai salari discendenti in termini reali, con i prezzi dei beni alimentari cresciuti del 32% fra gennaio e ottobre)  ma soprattutto una fuga degli investitori esteri (ma anche molti vietnamiti) attratti verso Paesi più stabili monetariamente. L’inflazione ha provocato anche un’accelerazione nella svalutazione della moneta, il “dong”, con una conseguente fuga dei capitali soprattutto verso l’oro (sembra che gli acquisti di oro da parte dei vietnamiti siano tra i più alti, pro-capite, del mondo) e il dollaro Usa.
Il livello dei prezzi così alto non ha quindi permesso alle autorità monetarie di favorire la crescita economica, così promettente in Vietnam, con politiche di taglio dei tassi di interesse (nel paese il tasso di rifinanziamento è pari al 15%).
Il secondo motivo, prettamente interno anche questo, è il regime politico. In Vietnam governa il Partito Comunista. In una situazione come quella attuale è stato accusato non solo di non aver perseguito riforme adeguate, ma di aver introdotto misure pseudo-autoritarie, come un giro di vite sulla libertà di espressione e sui diritti umanitari, barriere all’importazione di beni di lusso e restrizioni ai permessi di soggiorno per i lavoratori stranieri.
Inoltre, la larga espansione del credito (tra le cause primarie dell’alta inflazione) ha favorito inutili imprese statali e privilegiate aziende private.
Ma perché stiamo parlando del Vietnam? Perché la situazione così delineata appare molto simile, in piccolo ovviamente, allo scenario prefigurato da un ascoltato analista della rivista “Forbes”, che non più tardi di qualche giorno fa ha ammonito il mondo sulle possibilità di un possibile, futuro, crollo delle economie cinesi e russe. Tra le motivazioni addotte, la più importante sembra essere la eccessiva interferenza dello stato sulle vicende economiche, sia attraverso licenze accordate ad imprese protette, sia tramite i “cambi umorali”  in tema di favori imprenditoriali da parte dei  vertici politici, arbitri delle fortune o delle disgrazie delle imprese.Inoltre   una scarsa predisposizione dei governi a favorire l’iniziativa veramente privata.
Tanto che, riporta il periodico, è sempre più massiccia la fuga di imprenditori e investitori russi e cinesi versi Paesi più “tranquilli”.
Certo, sentir parlare di crisi per paesi che crescono ancora al 6% annuo fa sorridere economie come quelle europee alle prese con ipotesi di recessione.
Questo però non fa che rendere assolutamente urgente la risoluzione della crisi europea, sempre più fondamentale per riequilibrare le disparità di crescita, attualmente molto evidenti, fra i Paesi occidentali e quelli del BRIC (Brasile, Russia, Cina e India), con gli altri paesi asiatici a fare da corollario. Ma la ripresa non può obiettivamente essere tale senza il contributo di queste economie che, volente o nolente, stanno trascinando in avanti l’economia mondiale, e per le quali non è assolutamente auspicabile una crisi.
In questo caso il detto "mal comune mezzo gaudio" non sarebbe assolutamente di conforto

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