UK: l'attrattività commerciale attraverso una equa politica fiscale
Qualche giorno fa è stata pubblicata una ricerca della PwC e della World Bank intitolata "Paying taxes" (http://www.pwc.com/gx/en/paying-taxes) che, tenendo conto delle economie di 183 Paesi, stila una classifica sulla facilità o comodità nel pagamento delle imposte da parte delle medie imprese nei vari sistemi fiscali considerati. Il documento utilizza dati degli ultimi 7 anni. Lo studio ha in particolar modo considerato il numero di pagamenti di tasse richiesti dai vari sistemi ad una società di medie dimensioni, il tempo richiesto in ore e il Ttr (Total Tax Rate) ossia l'incidenza dell'ammonare di tasse pagate sugli utili commerciali.
Considerando che negli ultimi tempi molti paesi hanno introdotto sistemi elettronici di pagamento (66 danno la possibilità di presentare dichiarazioni ed effettuare pagamenti online), i risultati generali hanno dato questi valori medi: una impresa di medie dimensioni effettua 28,5 pagamenti di tasse annui, spende almeno 7 settimane avendo a che fare con il sistema fiscale ed ha una incidenza del 44,8% delle tasse sugli utili commerciali.
Considerando i paesi che ci interessano, l'Italia figura al 133° posto nella classifica generale: se con 15 tasse pagate risulta al 54° ranking in questa categoria, il grosso fardello è dato dalle 285 ore all'anno spese avendo a che fare con il sistema fiscale, ma soprattutto dal 170° nel Ttr, in quanto ben il 68,5% (!!!) degli utili vengano assorbiti dalle imposte.
Il Regno Unito invece risulta al 18° posto nel report: la facilità di contatto con il sistema fiscale britannico è testimoniata dal 17° nel numero di tasse pagate (8) e dal 24° nel numero di ore impegnate (110), con un incidenza del 37,3% delle tasse sugli utili aziendali.
Balza all'occhio la differenza di competitività tra i due paesi.
Giova anche ricordare che questo risultato ha provocato comunque reazioni non propriamente positive a Londra. Il 18° posto nel ranking significa una discesa rispetto all' 11° del 2006 e al 16° dell'anno scorso.
Anche se i dati per la Gran Bretagna sono gli stessi dell'anno scorso, ben 33 altre economie hanno migliorato la loro attrattività verso le piccole e medie imprese.
Quello che colpisce, ma che nel contempo scoraggia chi è abituato al sistema italiano, è la ricerca continua, più volte espressa da David Cameron e da altri politici inglesi, di attrarre investimenti dall'estero e la consapevolezza che la strada migliore consiste nella semplificazione e nella convenienza fiscale. Quando un conosciuto consulente fiscale afferma che "..mentre il nostro Paese sta facendo bene gli altri (economie, ad esempio, come Hong Kong o Singapore) si stanno muovendo più velocemente di noi", vuole proprio rimarcare la necessità di riconquistare una posizione di appeal fiscale al fine di incrementare attrattività e competitività commerciale. Ed è pienamente condivisibile il parere espresso da un tax partner di una società di consulenza quando afferma che " ..il nostro regime fiscale ha bisogno di distinguersi dalla folla nel momento in cui risulta sempre più importante per le imprese scegliere dove localizzare la loro attività".
Tutte queste sono parole che dovrebbero far meditare coloro che hanno la responsabilità politica ed economica di ridare credibilità all'Italia. Nell' era della globalizzazione economico-geografica vince chi sa attrarre e non sfiancare le risorse produttive di un Paese.
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